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Victor Victoria, il fascino della ambiguità

- "Non m'importa se sei un uomo". - "Si, ma io non sono un uomo". - "Non me ne importa lo stesso".


Basterebbe questo veloce e fulminante scambio di battute per porre il Victor Victoria di Blake Edwards alla stessa altezza in cui il divino Wilder fissò, fin dal lontano 1959, il suo A qualcuno piace caldo nella storia del cinema mondiale chiosando nella sequenza finale del film la solo apparentemente innocua freddura “Beh... nessuno è perfetto”.

Entrambe commedie degli equivoci indotti senza convinzione e per puro spirito di sopravvivenza da parte dei rispettivi protagonisti, il film di Edwards inserisce nel suo schema un ulteriore elemento di confusione che, per la mentalità dello spettatore medio dell’epoca (siamo nel 1982), deve essere risultato sommamente spaesante : la indefinitezza (vera o presunta) dell’orientamento sessuale.

Sarà infatti il gay Toddy (insuperabile mattatore del film nel personaggio interpretato da Robert Preston) a suggerire la formula vincente alla disperata Victoria, cantante lirica in miseria nella Parigi degli anni ’30: “Una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna”, sulla cui ambiguità si fonderà il ritrovato successo di un’artista (superba, diciamolo : Julie Andrews, sempre brava, in questo film ha superato sé stessa) che farà innamorare di sé indifferentemente uomini e donne.

Poiché come dice ancora il geniale Toddy, facendo il verso al grande poeta inglese che la storia ci ha tramandato con il nome di William Shakespeare : “L’amor non guarda mai l’oggetto amato, per questo il bel Cupido volteggia ogn’or bendato”.

E lo fa (probabilmente evocando la difficile posizione in cui si trovano spesso gli omosessuali) rivendicando il suo diritto alla innocenza.

E alla mancanza della vergogna e del senso di colpa nel professarlo.

Una pellicola spaesante che riflette la sua ambiguità non solamente nell'ambito del genere di riferimento suo proprio - al guado fra il musical e la commedia brillante - ma anche nella colonna sonora che Edwards affidò al maestro Henry Mancini nome, magari, poco noto alle grandi platee ma autore, fra gli altri, del celeberrimo tema della saga de "La pantera rosa" - a firma, parimenti, di Edwards interpretato dal compianto Peter Sellers - e che fu mutuata nei cortometraggi animati omonimi che presero piede, grosso modo, attorno alla metà degli anni '60.

Mancini deve, gioco forza, imperniare la stesura della colonna sonora su un doppio canale : da un lato, cioè, il sottofondo alle straordinarie performance di Victoria per le quali ricorre, a piene mani, al jazz ed alla canzone d'autore e, dall'altro, al commento suo proprio che propone nel tema principale, ripreso dalla Andrews ne "Crazy world", nel quale c'è una magica commistione fra un timbro squisitamente francofono - la fisarmonica di sfondo che rievoca le magiche atmosfere d'oltralpe - ed un cadenzato andamento swing imperniato su una linea melodica scandita da un pianoforte, nella introduzione, da una sezione di archi, nel corpo della composizione, e dalla fisarmonica, in chiusura, a scandirne un adamantino candore.

Una chiara eco a quel senso dell'innocenza nel professare la propria personalità, il proprio modo di essere e, quindi, la propria sessualità edulcorata dalla morbosità con la quale viene, troppo spesso ed a sproposito, distorta.




Paola Bernardi







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