• Admin

C'eravamo tanto amati

Aggiornato il: 27 mag 2018

La cifra su cui il film si deposita per l’intera sua durata è la malinconia raccontata alternativamente dalla voce di tutti i protagonisti secondo il timbro che caratterizza ognuno di loro.

La narrazione si snoda, in modo quasi equanime, tra la sfera personale (storia di amore, di aspirazioni e di ambizioni individuali) e quella collettiva (il tradimento delle aspettative create dalla Resistenza) ma riesce a tenerle insieme senza shock narrativi con accorgimenti spericolati e, per l’epoca, alquanto audaci tipici del linguaggio teatrale.

I personaggi parlano con lo sguardo rivolto alla macchina, scelta che intende sottolineare i momenti di maggiore tensione fissando l’azione cinematografica all’interno della singola inquadratura mentre oscura i comprimari e inonda di luce la voce (in quel momento) narrante.

Il film è un continuo gioco di flashback nel passato, di premesse lanciate, lasciate sospese e poi riannodate in un secondo momento con un esperimento che acuisce l'impatto malinconico della storia.

Con un artificio tecnico Scola passa da un bianco e nero denso e immerso nel fumo in omaggio agli stilemi del neorealismo ancora fortemente presente nel film, al colore che sposta l’azione con un salto in avanti negli anni e attraversa il boom economico sul finire degli anni 50.

La qualità delle performance degli attori (soprattutto quelli maschili) è parte integrante di questo racconto corale che chi appartiene a quella generazione intuisce come intriso di disperazione anche se regista e sceneggiatori evitano con maestria i patetismi e le scene madri.

Antonio (Manfredi), Gianni (Gassman) e Nicola (Satta Flores qui, probabilmente, nella migliore interpretazione di tutta la sua altalenante carriera cinematografica) si affannano, ognuno a modo suo, alla ricerca di un “futuro migliore” (aspirazione che aveva animato tutti i protagonisti della Resistenza) ma si vedranno costretti, alla fine del film, a prendere atto che “il futuro è passato... e non ce ne siamo nemmeno accorti”.

Film di stile ma anche fedele riproduttore del costume nazionale e della evoluzione dell’arte di quegli anni, C’eravamo tanto amati sintetizza nella amara parodia dell’arrogante palazzinaro Romolo Catenacci (il suocero attraverso i cui affari Gianni realizza le proprie ambizioni di successo interpretato da un superbo Aldo Fabrizi) in stretta correlazione con il regime appena sconfitto il paradigma di un popolo anarcoide, corrotto e corruttore che fa dell’individualismo estremo la propria unica vocazione e mostra, in filigrana, il dato caratteriale dell’adulto che a breve diventerà.

Un dato caratteriale che il maestro Armando Trovajoli, al quale Scola aveva affidato il commento sonoro della pellicola, interpreta sul pentagramma declinandolo in una amara accezione di disincanto.

Ed è, difatti, proprio il disincanto (assemblato magistralmente in una commistione fra malinconia e solitudine) la chiave interpretativa dell'omonimo tema principale del film.

La scelta di un arrangiamento dismesso, a tratti scarno, induce Trovajoli a relegare la linea melodica principale del tema ad un solo strumento (un organo) inframezzata ed alternata ad un dialogo con una chitarra acustica ed una sezione ritmica sommessa facente perno sul cupo timbro delle percussioni in un crescendo non troppo accentuato sulle quali, infine, si dipana una sezione di archi volta a dare stacco e respiro alla composizione.

Ma è, ad un ascolto più ponderato, un respiro tutto sommato corto che lascia l'ascoltatore senza fiato nella sua disincantata impotenza.

Una impotenza dettata dalla presunzione di aver cercato di cambiare il mondo senza essersi avveduti che, nel frattempo, è stato proprio il mondo a cambiare loro.


Paola Bernardi




72 visualizzazioni
informativa GDPR EU

Copyright © 2018 - L'Arbre Noir